Prendi il western, digli che l'hai amato, strizzagli spremute di cuore essiccato, scolpiscigli una muta colonna sonora di panorami aridi, stanagli le viscere e stendile al sole, tasta il polso gelido dei suoi arche tipi distrutti dalla violenza dell'uomo e del tempo. E stai sicuro che sarà sublime malinconia che rantola, noir polveroso che scivola nel grottesco: l'assurdo come ultimo rifugio. Ma la Death Valley delle speranze e dei rimorsi saprà essere Vìa Maestra per l'Oscar. I fratelli Coen ritornano grandi ritrovando le origini (anche geografiche) del loro cinema nitido/filosofico, dopo un paio di colpi a vuoto: "Ladykillers", "Prima ti sposo, poi ti rovino". Grandi manieristi. Che non sempre è un limite, può essere Arte. Distillano un egregio libro di Cormac McCarthy, ne affidano il lamento solitario e finale allo sceriffo disincantato Tommy Lee Jones, agitano la bramosia senza scampo del bravo Josh Brolin che si ritrova braccato dopo essersi portato a casa una valigia di denaro dalla scena di un massacro. E chi consacrano killer alieno che uccide pneumatico dopo aver tirato la moneta 'del destino? Un impossibile (e premiato) Javier Bardem coi capelli piatti: Buster Keaton tra le antilopi. La sopraffina comica finale.
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