La ricerca della brutta verità sulla bruttissima morte del figlio appena rientrato dall'Iraq, scuote e rinsecchisce le radici militari del padre, la cui indagine ostinata mette a nudo l'impossibile normalità dei ragazzi reduci. Dopo aver scritto "Million Dollar Baby", "Flags of Our Fathers", "Lettere da lwo Jima" e "Casino Royale" (il primo 007 divertente da decenni), dopo essersi aggiudicato due statuette per 'Crash", Paul Haggis prenota nuovi Oscar. La pulizia di intenti, ritmo e dialoghi del suo cinema tocca qui mirabili vette di perfezione, brutta parola che reca sempre in sé i germi di qualcosa di artefatto. Ma stavolta è nitida celluloide che suscita ammirata commozione. Haggis parla di guerre troppo facili e giustizia troppo difficile agli americani di dura - ma ancora sana - scorza patriottica, quelli simili al suo protagonista: Tommy Lee Jones, modellato su Eastwood. Semina trappole da thriller politico (i filmati sul cellulare) che poi evita di far scattare a mo' di Clooney. Gli bastano la forza drammatica di bandiere-ribaltate, di donne schiacciate (Sarandon, Theron) , dei suoi dolenti luoghi preferiti: i corridoi mortuari e le sterpaglie ai margini di città e morale: zone franche yankee dove D&G è un negozio di armi.
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