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Metello, Una storia italiana 1, Vasco Pratolini |
Recensione & Recensioni |
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| Francesco Paolo Memmo Autore |
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Il romanzo abbraccia un arco di tempo che va dal 1875 al 1902, il periodo forse più difficile e complesso della storia italiana dopo l'Unità: gli anni della crisi economica, della fallimentare impresa africana, delle cannonate di Bava Beccaris, delle violente repressioni governative nei confronti degli operai che assumono progressiva e decisa coscienza dei propri diritti e si riuniscono nelle Leghe di miglioramento e di resistenza, nelle Camere del Lavoro, nelle Federazioni e nei Sindacati. Abbandonata l'utopia anarchica predicata da Bakunin, i lavoratori adottano il nuovo verbo marxista, rinunciano alla cospirazione e alla sommossa per prendere in considerazione i "tempi lunghi", si identificano in un partito unitario, scoprono una nuova arma: lo sciopero. Quello fiorentino del maggio-giugno 1902 rievocato da Pratolini è solo uno dei tanti episodi che, agli inizi del secolo, caratterizzarono la nascita del sindacalismo italiano: episodio "semplice, oscuro" (tanto che i manuali di storia patria nemmeno lo menzionano) come "semplice, oscura", persino troppo lineare è la vita del muratore che ne è al centro. Il quale perciò si configura immediatamente, e direi proprio programmaticamente, come personaggio tipico (nell'esatto senso indicato da Lukács; cfr. i suoi Saggi sul realismo, Einaudi, Torino 1950) e rappresentativo della classe cui appartiene: descritti, questa e quello, in un delicato momento di crescita.
Metello, insomma, è la classe operaia agli albori della sua organizzazione e ne esemplifica perfettamente (nella duplice dimensione del "privato" e del "pubblico"), le esigenze, le inquietudini, la grande capacità esplodente. Ciò che alcuni critici rimproverarono al protagonista (e per conseguenza al romanzo e a Pratolini), e cioè il suo grigiore, la sua "medietà", è in realtà la sua forza, voglio dire ciò che storicamente lo giustifica. E infatti, certo, Metello non è un eroe (né Pratolini è uno scrittore epico): ma in che cosa consistette, infine, l'effettiva eroicità della classe operaia in quegli anni e dopo (ad esempio, e non a caso, pro¬prio nel periodo in cui il libro apparve) se non, appunto, nel non avere eroi da affidare alla posterità e si invece uomini" oscuri" che oscuramente combatterono e lottarono e conobbero la prigione e morirono? Solo gli eroi sono infallibili nelle loro scelte e nelle loro azioni, mentre Metello, l'uomo medio, l'uomo di natura che è Metello, può persino cadere nel "peccato" se per peccato s'intende, laicamente, deviazione dai propri doveri: può tradire la moglie per la bella Idina, può disertare la Camera del Lavoro per una camera da letto, ma alla fine le sue esitazioni, le sue perplessità, i suoi" tradimenti" rientrano e si trasformano in rinnovata volontà di lottare. Ché lento, graduale è il passaggio dall'adolescenza alla maturità negli individui non meno che nei grandi movimenti di massa -, dall'istinto irrazionale alla "costanza della ragione": donde, almeno fino a un certo punto della narrazione (diciamo pure fino alla giornata conclusiva del lungo sciopero, fino all'ultimo, drammatico "braccio di ferro" con l'impresario, quando nessuna vacanza è più consentita e ogni esitazione o distrazione rischia di tramutarsi in colpevole complicità), il "tenersi a bada" di Metello (uso a proposito la formula con cui Fulvio Longobardi ha riassunto tutta la poetica pratoliniana), secondo quanto, in carcere, gli aveva insegnato Chellini: «mai essere il primo a farsi avanti né mai l'ultimo a tirarsi indietro »; ma anche: « mai doversi pentire di avere offerto i polsi alle manette ». Però gli avvenimenti decisivi lo vedono protagonista, esposto in prima persona, segno che la storia non è scorsa su di lui come acqua di fiume ma lo ha lentamente (e definitivamente) reso adulto. L'esame decisivo Metello lo supera quando rifiuta la carica di "caporale" che, a sciopero ormai concluso, l'Ingegner Badolati - il "meno boia" dei padroni ma proprio per questo il più subdolo e pericoloso - gli offre, per imborghesirlo e spezzare il legame di umana solidarietà che lo lega ai compagni. Ancora una volta, qui, attraverso Metello è tutta la classe lavoratrice che viene sottoposta alla prova del nove; e la supera: «Se non avessi trent'anni appena» risponde Metello « porrei la mia candidatura. Ma è che sono troppo giovane, e a questa età è ancora difficile cambiar pelo ». (Altri, poi, tradirono, lo cambiarono il proprio pelo: ma siamo con questo già allo Scialo e a quel personaggio specularmente opposto a Metello che è Giovanni Corsini; siamo già al male, al marcio, allo sporco che seguirono a quegli anni di lotta e di lutti e di speranze). È perciò solo in quest'ultimo dialogo con Badolati che Metello si trasforma da "personaggio che impara" in "personaggio che sa", e dal nuovo carcere in cui è confinato può scrivere alla moglie, con una fermezza di cui prima non sarebbe mai stato capace: « Perciò ho stabilito che il passato bisogna scordarselo, ce lo portiamo dietro ma non ci deve pesare. I morti che ci hanno fatto del bene, si ricompensano guardando in faccia i vivi. Ci si dovrebbe semmai più ricordare dei loro sbagli che delle loro cose indovinate. È coi vivi che siamo alle prese. E con loro, ti devi esporre per forza. Primo o ultimo, ci troviamo tutti sulla stessa barricata ». Dove è davvero sintomatica l'evocazione delle "barricate" sulle quali si chiudeva Il Quartiere e, più ancora, la constatazione dell'avvenuta "profanazione dei sentimenti", il rinnegamento dei morti per poter guardare in faccia i vivi Ce cioè del passato per il presente, e il futuro), nel senso medesimo in cui quella profanazione sarà riconosciuta, a tanti anni di distanza, dal Bruno della Costanza della ragione come necessaria ad attingere la vera maturità. È chiaro che una rilettura di Metello non può avvenire, oggi, se non recuperando tutte le motivazioni ideologiche sottese al romanzo non meno che a tutta la produzione, anteriore e posteriore a quello, di Pratolini; magari dimenticando le polemiche che accompagnarono l'uscita del libro: le quali, rese più acute dal particolare momento storico che attraversava l'Italia a metà degli anni Cinquanta, finirono in fondo col dimostrare soltanto l'estrema "importunità" del romanzo, a dispetto di tutte le accuse di inguaribile "idillismo" che furono rivolte al suo autore. Che non è davvero poco. Nel momento in cui si discuteva se Metello costituisse l'estremo prodotto di un decadentismo duro a morire o, viceversa, il punto di passaggio dal neorealismo al realismo, all'" impegno", magari confuso e velleitario di quella stagione della nostra cultura, stava subentrando un nuovo tipo di "disimpegno" letterario tanto più nocivo quanto più mascherato e mimetizzato. Mentre quel primo capitolo di Una storia italiana, identificando il trapassato remoto col presente, stava a ricordarci (sa ricordarcelo ancora) che non si è scrittori se non si è capaci di restituire « il peso della contemporaneità, senza di che si è inutili ». Metello, Una storia italiana 1, Vasco Pratolini - Arnaldo Mondadori Editore |
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