Come Banfi, come Er Monezza, anche Carlo Verdone è stato spinto dai fan a resuscitare i suoi personaggi storici. Sono soddisfazioni, ma non sono buone idee. Perché si finisce, forse inconsciamente ma puntuali, col tirare a campare su gestualità collaudate che appassiscono in replica. Ritornano, sembra per l'ultima volta: il Timido e Candido, il Preciso e Logorroico, il Gran Cafone. Maschere dal dna in evoluzione che si lasciano tentare dalla macchietta senza sprofondarvi: è il grande merito di Verdone, unitamente alla denuncia della volgarità urlata senza volgarità. Il primo è il vecchio boyscout visto a Sanremo: la mamma morta gli rovina il raduno e innesca una catena di disavventure on the road (della bara). Il secondo è un professore di storia dell'arte (con predilezione per le icone/lucciole dell'est) che opprime figlio, cameriera e futura nuora, inutile sperare che si perda nelle adorate catacombe. Il terzo va in vacanza a Taormina come Albertone in Costa Smeralda ("Le coppie"): urla burine, scandalo tra i clienti, vanagloria coatta, mance, volemose bene coniugale. Bravissima Claudia Cerini, che stavolta implora: «Famolo normale!». Garbata ma efficace denuncia del malcostume imperante. Però solo sorrisi, ecchecavolo! Non si ride mai...
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