Nel villaggio polacco di Bolechow vive da molte generazioni una numerosa famiglia ebrea. Nel villaggio ci sono svariate altre famiglie ebree. Vengono le leggi razziali e la persecuzione. Parecchi scappano e si salvano. Chi rimane, va incontro al genocidio. Fra costoro c'è appunto un rappresentante di quella grande famiglia, Shmiel, e ci sono sua moglie e le sue quattro figlie. Essere rimasti a Bolechow costerà loro la vita. Finiranno tutti uccisi nei campi di concentramento.
Molti anni dopo, a New York, Daniel, l'autore del racconto, avverte una reticenza familiare attorno al nome del fratello di suo nonno e cioè Shmiel. Ma c'è di più: scopre le lettere disperate che Shmiel ha scritto sempre a suo nonno. Ce n'è quanto basta per iniziare una ricerca storico-famigliare che farà insieme al fratello e che, oltre che in Polonia, nel villaggio natio, lo porterà ai quattro angoli del mondo: in Israele, a Londra, in Australia, in Svezia. Infatti, pian piano, da una persona a un' altra, da un ricordo a un altro, da una testinlonianza a un'altra, la rete dei sopravvissuti da un lato si allarga e, dall' altra, si stringe con sempre maggiore e dolorosa evidenza attorno alla verità di quella terribile vicenda. E così, lentamente, nasce e si costruisce il romanzo. Un romanzo che, essendo fatto di molte voci, di racconti di altre vicende dolorose simili a quella di Shmiel, di molti documenti andati a scovare ovunque, è un vero e proprio romanzo storico di testimonianza. La sua lunghezza è in parte dovuta al racconto di come vincere la resistenza a parlare dei sopravvissuti, in parte alla volontà più che giustificata di non togliere alcuno spazio, alcuna fisionomia umana alla memoria. I racconti, talvolta crudissimi, sono strazianti. Forse, qualche pagina in meno, qualche dettaglio in meno sui viaggi, avrebbe giovato alla loro efficacia. Anche se poi, alla fine, la verità è quella che dice uno di questi testimoni: che ci sono tragedie e dolori per i quali non c'è parola che valga.
Gli scomparsi, Daniel Mendelsohn - Neri Pozza
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