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Angel, La vita, il romanzo |
Recensione & Recensioni |
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|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Daniela Graziano Autore |
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Quando all’ultimo Festival di Berlino abbiamo visto Angel di François Ozon siamo rimasti colpiti fin dalle prime immagini – poi per due ore ci siamo spogliati dei panni di distributori e abbiamo ritrovato l’emozione dello spettatore-bambino di fronte a un grande film. È stato il produttore con cui ci complimentavamo a riportarci alla realtà: “Sono felice che il film vi sia piaciuto, perché non lo comprate per l’Italia? È in vendita”. Ebbene abbiamo comprato quella che ci sembra merce rara, un vero Film.
Ripensandoci nei giorni seguenti abbiamo individuato una serie di “memorie” del cinema classico hollywoodiano, a partire dal personaggio centrale di Angel Deverell: ovvero una creatura adorabile e irritante, un po’ Miriam Hopkins/Becky Sharp, un po’ Vivien Leigh/Rossella O’Hara e naturalmente Bette Davis a piene mani, da Jezebel a Fanny Skeffington. Il gusto per la luce e per il colore ci ha fatto pensare a Mamoulian, il mago del colore, l’inventore dei blu, dei gialli e dei rossi, a Cukor coi suoi magnifici bianchi sparati, a Minnelli con certi indimenticabili interni rossi… Certi costumi con fodere e bordi di pelliccia sembravano creati da Edith Head per Ginger Rogers in Schiave della città. E perfino i primi accordi del leit motiv ci hanno ricordato la colonna creata da Max Steiner per Perdutamente tua… È vero, certo, che Ozon ha un suo gusto cinefilo, ma non sappiamo né ci dobbiamo chiedere se abbia mai visto Schiave della città di Mitchell Leisen. Quello che conta è che la cinefilia è totalmente introiettata e rimessa sullo schermo di prima mano: Ozon è autore nel senso pieno. Non un metro di pellicola, non un inquadratura, non una battuta sono finite nel montaggio finale di Angel per caso o per vezzo. Tutto il gusto per il dialogo, la recitazione, i dettagli, la luce, il colore e la musica non sono superficialmente cinefili, ma fanno parte di una necessità narrativa che è poi forma. Il realismo secondo una certa tradizione del cinema sembra l’unica maniera possibile per raccontare vuoi Angel vuoi tutto il passato lontano in generale. Nel caso di Angel, la protagonista è una giovane scrittrice che fin dall’adolescenza sente la necessità assoluta di reinventare la realtà, di mistificare, di sognare. È la sua forza, la sua ragion d’essere – quando discute con il marito pittore la diversità dei fiori da lui dipinti da quelli reali, lui le fa notare che la prima a confondere vita e romanzo è lei. La risposta di Angel è “A me non interessa quello che è reale, ma quello che è bello”. Il bello, per Angel Deverell, e forse per François Ozon, va cercato nella fantasia quando non lo si incontra nella realtà. Angel mistifica la vita del padre, quella della madre (“Aveva una drogheria” sostiene qualcuno, “Prima di tutto era un’artista” risponde lei), l’avvento della guerra, la mutilazione e persino il suicidio del marito (“Ha avuto un colpo al cuore” è la versione di Angel). L’unica realtà che Angel non riesce a falsificare è il tradimento del marito – e poiché l’amore, almeno nel mélo, è materia prima, è vita, svanito l’amore non resta che la morte. Questo racconto non avrebbe potuto avere una forma cinematografica diversa, dalla scelta degli attori, tutti belli quasi fossero le star di una volta, a quella dell’ambientazione, fino all’uso dichiarato e favoloso del “trasparente”. Siamo all’interno di un genere, il melodramma, e il melodramma, lo vogliamo ricordare, è il genere popolare per antonomasia. E a noi della Teodora Film il cinema piace tutto, da Myrna Loy a Luis Buñuel – passando per François Ozon. |
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